Orto urbano

un orto urbano sul viale

“Non parlarmi di altre cose, parlami di te” #19

ore 7,48 allenamento.

Oggi ho fatto una variazione del percorso. E mi trovo in uno spazio fuori dal mondo. Un orto urbano. Un santuario. Sono costretto a fermarmi. E più dei tre secondi che mi sono dato come limite per scattare in modo da non fermare l’allenamento. Qui non posso andare veloce. Mi devo fermre.

E’ uno spazio-tempo che sovverte le regole. Le ribalta. Un’altra repubblica, un mondo diverso. Altre regole. Quando arrivo non c’è nessuno che lo custodisca. Eppure tutto mi parla di lui. Le immagini dei santini sulla pareti della costruzione. La sua ossessione. La sua ostinazione  e la forza a costruire su un viale un’isola fuori dalle regole.

Urla la sua differenza ma entrandoci tutto si calma. Tutto ha un suo posto. Un suo senso. E’ un’opera.

Mi dico di sicuro ci torno.

Palazzo dorato

“Non parlarmi di altre cose, parlami di te” #18

ore 6,57 allenamento.

Il palazzo dorato diventa ancor più forte con un sole così arancio. E’ un contrasto imponente che la fotocamera esalta. E’ un contrasto di colori tra l’oro, il cielo e il nero. La differenza tra la luce più alta e quella più scura.  Aumentare il contrasto significa eliminare i valori intermedi. Secondo me l’occhio viene attirato sia dalla massima luce che dai neri potenti. 

Sbilancia. Mette in evidenza. Nasconde. E’ un modo di esplorare il mondo. Esalta le differenze E’ la lotta dinamica tra il buio e la luce. Guida. 

Quanto mi piace e quanto mi attira. Sono due vertigini forti. E chiare. Non scelgo, mi lascio palleggiare. E li accetto anzi li esalto. Mi piacciono entrambi. Uno è al servizio dell’altro e entrambi si rafforzano.

Con la fotografia tento di dominarli per farli dialogare.

Silenzio elettorale

“Non parlarmi di altre cose, parlami di te” #17

ore 7,46 quasi fine allenamento.

Sembrano in silenzio, silenzio elettorale. Attendono obsoleti ad occultare paesaggi, viste. A riflettere e ad accogliere il sole del primo mattino. Vuoti e dai colori marini. Sembrano innocui, quasi trasparenti. Dicono, anonimi, il silenzio e il nulla. Occupano spazio. Oggetti che se non fossero sfiorati dalla luce sarebbero inutili.

Però sono lì piccoli colossi, azzurrini e bianchi, li fotografo. Ci sono sul mio percorso. Loro ed io.

Il sottopassaggio

il sottopassaggio del parco

“Non parlarmi di altre cose, parlami di te” #16

ore 6,53 allenamento.

Il sottopassaggio mi permette di non fermare il passo per attendere quelle poche auto che hanno la precedenza a quell’ora. Vado spedito. Mi ci infilo dentro con la soddisfazione di chi sta varcando una soglia, un’ingresso trionfale, una porta di Augusto che mi accoglie quotidianamente in un mondo incantato.

E’ il mio passaggio, l’iniziazione. La salita che riporta in superficie. Da lì in poi comincia una libertà che è soprattutto di pensiero; il verde, gli alberi, persone che si godono una piccola libertà, uguali a me. Da lì in poi inizia la mia giornata.

Ci vorrebbe sempre, quotidianamente una porta che ci fa entrare in ogni nuova giornata.

Una bicicletta in lontananza

“Non mi devi parlare di altre cose, mi devi parlare di te” #15

ore 7,02 allenamento strada bianca

Tutto è perfettamente incorniciato, la luce giusta, lo vedo arrivare da lontano. Devo solo aspettare che si lasci bagnare dal sole. Non c’è nessun altro. Lui si avvicina lentamente, pedala piano. Dovrebbe essere facile.

Mi piace quel tratto di strada, soprattutto la parte in ombra. Le foglie muovono tutto, schermano la luce o la rivelano. Varrebbe la pena fotografare ogni persona che ci passa. E ce ne passano tante di persone. Ognuno con la sua storia. In tanti accompagnano un cane. Altri si accompagnano o scambiano due chiacchiere.

Quando c’è una luce bella non si può proprio fare a meno di scattare. E lui è già passato. La foto resta.

La panchina abbandonata

una panchina abbandonata nel parco

“Non mi devi raccontare di altre cose, mi devi raccontare di te” #14

ore 7,12 allenamento deviazione

Dopo i lavori nel parco qualcosa è andato dimenticato. Seppure sia sul piccolo sentiero segnato dalle frequentazioni, la panchina abbandonata è dietro ad un muretto, l’hanno spostata a forza e nessuno la vede. La vegetazione si impadronisce di lei, lentamente.

Mi devo abbassare per fotografarla, quasi mi inginocchio. E’ come inchinarsi in presenza di un saggio anziano. Guardo le sue rughe, scopro la sua lentezza.

Le panchine hanno tante cose da raccontare. Ancor di più se tentano di nasconderle.

La strada assolata

una strada bianca assolata

“non mi devi parlare di altre cose, mi devi parlare di te” #12 ore 6,59 allenamento strada vuota

Questo è il punto dove la strada è più assolata. Il ghiaino amplifica la potenza della luce. Mi diverto a guardare l’ombra della staccionata, irregolare e un poco sbilenca. Si vede che ogni giorno il sole la colpisce e così le piogge o la neve.

Il corrimano guardato in corsa sembra dritto; impreciso, ma dritto. L’ombra amplifica le sue irregolarità quando si somma ai piccoli dislivelli del terreno e diventa un altro disegno.

Come un bambino ci vorrei caminare sopra come un equilibrista. Oggi l’ho fatto. Nessuno mi ha visto.

Passeggiare il cane

un cane e il suo padrone in controluce

ore 7,18

A quell’ora solo ombre lunghe e in controluce. E non ti viene di alzare tanto lo sguardo sennò non vedi più niente. Questo aiuta anche per le fotografie perchè non punti l’apparecchio diretto negli occhi del tuo soggetto. E fai le foto più tranquillamente. Abbassi una visiera che un poco ti nasconde. Sono solo le ombre che ti guidano. E sei costretto ad escludere, con piacere.

Per il resto della camminata penso se esiste un verbo che esprime la passeggiata con il cane. Non me ne viene nessuno. Chiedo se esiste. Caterina mi parla del valore causativo: passeggiare il cane. Si trova sulla Treccani. Causativo mi piace. Non si indica l’azione compiuta ma quella provocata. Ecco scoperto quello che mi muove a scattare una foto. L’azione causativa. Un’azione che provoca qualcosa.

L’ombra lunga mi provoca qualcosa, un sussulto, un’emozione. Sapere di non essere guardato in una persona causa la sua tranquillità. Prendere solo una porzione di un immagine causa immaginazione, fa pensare ad altro, allarga significati, lascia aperto un mondo che vorremmo definito e statico, sempre uguale a sè stesso.

Tre causativi per fermare un attimo. Insomma far funzionare la macchina fotografica come un cervello sorprende sempre anche me.

(correre la fotografia)

Corsa al parco

una corsa al parco

““Non mi devi parlare di altre cose, mi devi parlare di te” #10
ore 7,08

L’idea era quella di fotografare l’acero sicomoro che campeggia sul lato sud di fronte alle attrezzature ginniche. Grande, maestosamente sontuoso e isolato. Sembra un vecchio saggio che ti racconta chissà quali storie. Ci passo sotto volentieri. Quello che colpisce di più è la sua ombra precisa che si adagia su un piccolo pendìo sottostante. Anche lei sontuosa, quasi nuziale. Seduce quest’albero, è ieratico.

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I cipressi sventrati

un gruppo di cipressi quello davanti è sventrato

“Non mi devi parlare di altere cose, mi devi parlare di te” #10

ore 7,23

Sono dei cipressi sventrati quelli che vedo stamattina correndo nel parco. Per rispettare le regole che mi sono imposto devo scattare con il cellulare uno scatto solo e non metterci più di tre secondi prima che la voce del programma di allenamento termini la sua frasetta dove mi indica che sono entrato in pausa. Almeno mi sveltisco a comporre un’immagine gradevole, indago su che cosa il mio occhio normale si è concentrato, cosa volevo far risaltare che valesse la pena di fare una fermata. Allora scatto.

E scopro che questi alberi, questo gruppo di alberi visto dalla parte opposta sarebbe normale, nel senso che ci farebbero una bella figura, sembrerebbero interi. E riflettendo su questo mi rendo conto che sono una quinta, una finzione scenografica, sono piatti. Dietro non c’è niente non c’è quell’imperfezione violenta. L’altro lato delle cose, la finzione.

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