Teatri e macerie

Degli smarrimenti e dei sogni, quando ne restano. 

Gira su YouTube il video di un ragazzino che balla in un teatro bellissimo. Stacco, e lo stesso ragazzino balla la stessa danza tra le macerie. Sono le macerie del teatro di Mariupol. E dentro ad un teatro è stato dato l’ultimo saluto ad un immenso attore Eugenio Allegri. Fa strano parlare di morte, di addii, in un teatro dove, anche quando si mette in scena una tragedia delle più pesanti, esiste solo vita. Il palcoscenico è vita. La voce, il movimento di un attore è vita. Così come la comunione che si crea tra il pubblico e chi recita è vita. E se i teatri non ci fossero più, e se restassero solo macerie? Così è successo in Italia nel ’43. Milano città presa di mira da ingenti, devastanti bombardamenti ha perso una decina di teatri. In queste meditazioni e unioni legate al disfacimento del teatro cerchiamo una speranza, una risposta.

Il 13 maggio Gabriele Vacis regista eccelso, drammaturgo e docente posta un commento e una fotografia.

“Gira su YouTube il video di un ragazzino che balla in un teatro bellissimo. Stacco, e lo stesso ragazzino balla la stessa danza tra le macerie.  Sono le macerie del teatro di Mariupol. Stamattina, al Teatro Carignano, allestito a camera ardente per Eugenio Allegri, ho pensato che dolore sarebbe vedere il teatro Carignano in macerie come il teatro di Mariupol, e ho capito. Che qualcuno possa distruggere casa mia è un pensiero agghiacciante. Ma che si distrugga il Teatro è anche peggio, perché il teatro di una città è casa nostra, la casa di tutti. E’ sacro. E stamattina conteneva il corpo senza vita di uno dei suoi sacerdoti più amati. Lo vedevi negli occhi della gente in coda, gente di teatro ma anche spettatori, gente comune. Un sacco di gente nel nostro teatro a salutare il nostro amico Eugenio. Per un momento l’ho visto danzare, nel buio del palcoscenico vuoto, insieme a quel ragazzino nel teatro di Mariupol.”

Eugenio Allegri, il teatro di Mariupol. 

La vita che si allontana dai teatri. Eugenio Allegri che si allontana da noi.

Grandissimo attore. Anarchico sconquasso, grazia scalpitante, surreale metafisico, soffio e finimondo, parola di un teatro fisico.  Conosciuto per “Novecento” di Alessandro Baricco con la regia di Gabriele Vacis. La triade perfetta per uno spettacolo eterno. Insieme eravamo tra l’aldilà e l’aldiquà nella finzione de “L’ultimo suonatore”.

Dopo aver letto questo post mi son chiesto se mai fossero stati bombardati i teatri italiani durante la guerra mondiale. Roba di “pochi” (tra virgolette) anni fa. E vi racconto mostrandovi qualche foto. Poiché è un argomento difficile mi limiterò ad un elenco di avvenimenti e solamente legati ai teatri. Faccio una premessa rendendomi conto di mille domande che l’ultimo conflitto genera: la nostra inermità nelle libere scelte, l’essere sempre e comunque vittime ancor prima che una guerra si scateni. Sento svanire un’idea di libertà. Con la domanda di quello che succederebbe in caso di una aggressione. Io, noi. Inermi, deboli e ancora, sempre, carne da macello. Improvvisamente.

Ma iniziamo e concentriamoci su Milano e i teatri.

Americani e Inglesi avevano visioni discordanti sulla conduzione dei bombardamenti in Italia. Erano loro ad effettuarli. Gli americani erano per operazioni mirate, di giorno, più rischiose per i piloti ma fatti per colpire con maggiore precisione gli obbiettivi militari, evitando per quanto possibile vittime tra i civili. Gli inglesi spingevano per bombardamenti a tappeto, di notte, privilegiando armi incendiarie.

1943

14 e 15 febbraio colpito il teatro Lirico e diversi cinema. 133 vittime, 442 feriti, 10.000 senza tetto. Milano “ritta ma traballante”

“ Il primo giorno vidi Milano «insudiciata» dalla morte. Poi la notte calò e uno spettrale silenzio.

“Ma la vide subito laggiù la sua casa. Era ancora in piedi. Intorno montagne di macerie, mozziconi di mura maestre. La sua casa era rimasta in piedi ma senza dirselo sentì che era caduta con le altre, perché la nostra casa è fatta anche delle altre case; e se le mura, materialmente, non erano state colpite, il focolare era stato straziato. Guardò poi il ritratto del figlio, appeso alla parete. Era un po’ inclinato. Lo rimise dritto.  (Giorgio Scerbarenco)

7 e 8 agosto dopo l’arresto di Mussolini per accelerare la resa dell’Italia bombe incendiarie a Milano. Ore 0.52 suona l’allarme. 197 aerei Lancaster partono dall’Inghilterra carichi di bombe incendiarie. Distrutto il teatro dei Filodrammatici, il teatro Garibaldi. Gli spezzoni incendiati del Corriere della sera sfondano il teatro alla Scala. In tutto 600 edifici distrutti. 161 morti, 281 feriti. L’obbiettivo era distruggere la città entro un mese.

Arrivò a Milano, discese in piazzale Loreto e continuò a piedi attraversando tutta la città. Le case bruciavano, fumo, polvere, soldati, quelli dell’Unpa col bracciale rosso, un vecchio teneva in mano la catena della sua bicicletta e la guardava, stupito che si fosse rotta proprio quando più ne aveva bisogno. Vezzari arrivò a fatica nei paraggi di casa sua. Quasi non si orientava più. I crolli e gli sventramenti avevano cambiato la fisionomia del paesaggio. Ma la vide subito, laggiù, la sua casa: era ancora in piedi. Intorno montagne di macerie, mozziconi di mura maestre.”  (Giorgio Scerbarenco)

12 e 13 agosto

321 Lancaster e 183 Halifax partono per la “tempesta di fuoco”.  La città brucia per vari giorni.

“Invano cerchi tra la polvere,
povera mano, la città è morta.
È morta: s’è udito l’ultimo rombo
sul cuore del Naviglio. E l’usignolo
è caduto dall’antenna, alta sul convento,
dove cantava prima del tramonto.” (Salvatore Quasimodo)

14 e 15 agosto

140 Lancaster partono per terminare il lavoro. Alle 0.32 suona l’allarme. Un’ora di bombardamenti. Distrutto il teatro Dal Verme e il teatro Verdi. Gli alleati non ritengono sufficienti i danni.

15 e 16 agosto.

Dalle 0.31 alle 2.22 bombardamenti. Viene colpito il teatro alla Scala. Distrutta la volta, il proscenio, l’arco scenico, i magazzini.

Con Eugenio Allegri nello spettacolo che si fece insieme per due stagioni eravamo anime perse in una sorta di teatro-circo-tenda sperduti, anime, angeli o ex angeli in clima di guerra, era il periodo della guerra del Golfo, echeggiavano musiche di Kurt Weill, i testi erano quelli non proprio graditi al nazismo di Karl Valentin maestro di Brecht. Ed Eugenio recitava, quasi cantando, “Il disertore” di Boris Vian.

In piena facoltà, Egregio Presidente, le scrivo la presente, che spero leggerà. La cartolina qui mi dice terra terra di andare a far la guerra quest’altro lunedì. Ma io non sono qui, Egregio Presidente, per ammazzar la gente più o meno come me.

Io non ce l’ho con Lei, sia detto per inciso, ma sento che ho deciso e che diserterò.  Ho avuto solo guai da quando sono nato e i figli che ho allevato han pianto insieme a me. Mia mamma e mio papà ormai son sotto terra e a loro della guerra non gliene fregherà. Quand’ero in prigionia qualcuno m’ha rubato mia moglie e il mio passato, la mia migliore età. Domani mi alzerò e chiuderò la porta sulla stagione morta e mi incamminerò.

Vivrò di carità sulle strade di Spagna, di Francia e di Bretagna e a tutti griderò di non partire più e di non obbedire per andare a morire per non importa chi.

Per cui se servirà del sangue ad ogni costo, andate a dare il vostro, se vi divertirà. E dica pure ai suoi, se vengono a cercarmi, che possono spararmi, io armi non ne ho.”

Eugenio ci lascia.

I teatri vengono di nuovo bombardati.

E’ sempre più difficile sognare un futuro, intorno veramente c’è un vuoto.

Questa volta vi ho proposto una grande doppia tragedia.  Come speranza e consolazione ho che il teatro alla Scala è stato ricostruito, così il Dal Verme, il Verdi, i Filodrammatici.  Eugenio ce lo porteremo dentro e ad ogni apertura di sipario onoreremo la sua arte che sempre ci ha fatto sorprendere, sempre è stato fatto di movimento e sudore. Continueremo danzare inarrestabilmente nei teatri vuoti anche se il buio sta avanzando un pochino di più.

Se l’articolo e il video sono stati di vostro gradimento vi invito cordialmente a mettere un sonoro mi piace. Se volete restare in contatto iscrivetevi al canale se volete fare ancora di più allora proponetelo alle vostre amiche e ai vostri amici. Ve ne sarò grato, questo è il modo per far crescere la nostra piccola ma splendida comunità. Vi ringrazio ancora tantissimo, vi ricordo anche di iscrivervi alla newsletter. Lì potrete essere informati ogni settimana sulle novità sui miei pensieri e tutto quello che non possianmo mettere su YouTube. Vi ringrazio veramente tantissimo, un bacio e alla prossima. 

Alberi, un rifugio sicuro da cui non scendere mai

Alberi in fotografia, un rifugio per ogni Barone Rampante da cui non scendere mai. Un manuale perfetto per arrivare in alto. Partiamo da Italo Calvino letto e musicato per incontrare alberi e fotografi: Ansel Adams, Beth Moon, Joel Meyerowitz, Michael Kenna, Franco Fontana, Nan Goldin, Todd Hido, Vivian Maier e Pier Paolo Pasolini. Tutti si sono espressi e ne hanno parlato con differenti punti di vista. Ne viene fuori un viaggio ricco e intenso. Ci troviamo così in una foresta di alberi provenienti da diverse parti del mondo.

Alberi

Parlare di alberi quindi stiamo in natura, siamo in primavera quindi quale stagione migliore di questa.

Le prime parole che mi vengono in mente se dico la parola alberi sono

curati, tagliati, sterminati, piantati, infiniti, slanciati abitati, onde argentee e, come gli olivi di questi tempi, creatori d’ombra per il caldo che verrà. Un rifugio per ogni barone rampante che è in noi da cui non scendere mai.

Bene oggi ho deciso che vi porterò sui miei alberi.

Quelli su cui sono salito con i miei occhi.

Alberi n. 2 i miei alberi

La prima foto che trovate è un sughero. L’ho trovato nel parco dell’Uccellina passeggiando due anni fa.

Ci eravamo fortunatamente permessi un mese di vacanze e tutte le mattine per scendere in bicicletta o a piedi verso le spiagge lo incontravamo. Grande maestoso e fiero.

Così grande che non ci stava dentro all’ obiettivo. 

E quest’idea di farlo uscire dall’inquadratura mi è parsa molto bella mi pare che spieghi e descriva la sua grandezza. Sapere che qualcosa va al di fuori dell’inquadratura la spinge oltre. 

La seconda foto invece l’ho scattata, pochi giorni prima della prima quarantena  alla pieve di Romena. Un posto magico. Vi consiglio di andarci non appena lo potrete fare. È un posto particolare. Molto forte. Che sprigiona un’energia, qualche cosa di veramente speciale, poi in primavera dove tutta la natura si risveglia è ancor più forte. C’era un temporale minaccioso che stava arrivando, difatti forse l’accento è più sulle nuvole, sul nero. Ma questo l’ho fatto per rendere più grande il contrasto con le foglie.

Leggere. Fragili. Indifese, ma di una bellezza sfolgorante 

Quasi un presagio di quello che la nostra paura indicava come un rovescio violento che forse ci avrebbe privato della loro bellezza.

La terza invece è tratta da “Fotografie da appartamento” una serie di foto che ho scattato durante la quarantena della primavera scorsa. E’ l’albero che è di fronte a me a casa mia che negli ultimi anni ha raddoppiato la sua imponenza per fortuna che ce lo abbiamo di fronte; ero bloccato in casa e per sfuggire alla disperazione, mi svegliavo prestissimo la mattina così mi sono inventato di fotografare quello che stava di fronte a me e dentro casa mia. E’ stato un percorso a cercare il posto giusto delle cose che non guardavo più con l’attenzione che avevo dedicato loro per sistemarle in quegli esatti spazi come a cercare l’anima degli oggetti, delle cose, delle stanze dei respiri dentro a casa mia. 

Qui c’è un leggero mosso delle foglie. Volevo comunicare il vento, il movimento. Ne ho fatto uno spettacolo on line di queste fotografie.

Alberi n. 3 Ansel Adams

E’ buffo, vero? Simpatico, con uno sguardo penetrante, indagatore. Dietro di lui Imogen Cunningham.

Ansel Adams è ricordato per il sistema zonale. Ma io voglio parlarvi di lui in quanto fotografo e artista. Mi interessa quello che c’è di istintivo sulle sue fotografie così studiate accurate. Il suo accento andava sul restituire la veridicità la precisione la giusta luce per ogni singola sfumatura

Qui lo vedete come andava in giro. Un pioniere imponente nella fotografia.

La prima foto.

Neve.

Leggerezza, queste nuvole che sembrano cascate, oppure raggi di luce che scendono dalle montagne. Yosemite Park. Ci sono stato. Non puoi fare a meno di fotografarla L’Half Dome.

Betulle.

Luce  che illumina solo i tronchi e i piccoli rami leggeri, gli dà ancor più vita su quello sfondo scuro, che le mette ulteriormente in risalto.

Stesso sistema Stesso trucco Stessa magia e incanto della natura

Non è un caso

Quanto conosceva quel luogo per poter catturare quel momento

Attese, ricognizioni, attenzione per la natura.

Che è sempre al primo posto in tutta la sua produzione.

Alberi n. 4 Beth Moon

Una donna fotografa. Forse un poco meno conosciuta. Ne dà una definizione meravigliosa una frase di Erri de Luca

Un albero ascolta comete, 

pianeti, 

ammassi e sciami. 

Sente le tempeste sul sole 

e le cicale addosso 

con la stessa premura di vegliare. 

Un albero è alleanza tra il vicino e il perfetto lontano”

Beth Moon. Eccola. 

Ha passato quattordici anni a fotografare i più antichi alberi sulla terra. SudAfrica, Botswana e Namibia.

“Il nostro rapporto con la natura selvaggia ha sempre giocato un ruolo importantissimo per il mio lavoro. Questa serie è stata ispirata da due affascinati studi sicientifici che connettono la crescita degli alberi 

con i movimenti celesti e i cicli astrali.

Il primo studio conclude che le radiazioni cosmiche hanno un impatto sulla crescita degli alberi tanto quanto le temperature 

o le pioggie annuali, la seconda che la stazza degli alberi 

e la forma è direttamente correlata alla luna e ai pianeti.

Mi spaventa la precisione è formidabile quel cielo sopra che slancia ancora di più le piante baobab. In queste foto il tempo di esposizione è stato di 30 secondi di notte per catturare il movimento delle stelle. Il titolo delle foto è dato dalla costellazione che è dietro di lei. E non si può altro che fare silenzio, sentirlo, perdersi.

Oppure mi fa sentire proprio nell’angolo più estremo della terra, proprio affacciato sull’universo.

Alberi n. 5 Michael Kenna

E’ conosciuto per le sue fotografie in condizioni estreme di illuminazione. Il risultato sono immagini bellissime. Eteree. Oniriche dove mai compare direttamente l’uomo 

Neve anche lui per fare un confronto con Adams

Affascinato dal Giappone, dalla poesia haiku. A me ricorda le mie zone della bassa del vercellese, come se lo conoscessi, anche se ha fotografato soprattutto tra la zona di Parma e Reggio. Tempi di esposizione anche di 10 ore per le sue foto. Si sente tanta umidità. Aria rarefatta

Nebbie.

A volte veloce. Come quello di un treno. O un leggero vento che agita appena le foglie

I rami

Si sente il tempo che passa

Lo spazio che attraversa 

un movimento. O l’immobilità .Quasi come se si fosse noi un ramo che osserva il fluire del fiume

Del tempo

… il sempre della natura…

Alberi n. 6 Franco Fontana

E adesso lasciamoci violentare dal colore. Sembrano tele, bidimensionali per uno studio fortissimo sul colore. Una ricerca maniacale tra tagli e accostamenti, incroci. Per lasciarci stupire e affascinare. Da vicinanze impensabili. E che non sembrano neanche naturali.

Alberi n. 7 Joel Meyerowitz

Cambiamo direzione verso la delicatezza. Uno dei miei autori preferiti Joel Meyerowitz. Mi sta simpatico, mi affascina la sua calma, la sua saggezza. I suoi alberi. Ricordate il mio sughero imponente? Lui lo fotografa colpito da un fulmine o distrutto dal tempo, secondo me parla ancora di una grandissima maestà di questo albero. Qua lo vediamo ancora in un intreccio sempre con la neve anche lui. Anche in Toscana ci va a volte. In tanti hanno fotografato questi raggi di sole e i cipressi. Come lui penso pochissimi. Quest’altra è una foto che sembra normale. Allora provate ad andare in Toscana io ci ho provato ad andare in Toscana a fotografare situazioni come queste, non si riesce.

Alberi n. 8 Nan Goldin

Anche lei tra le mia preferite. Si intrufola nella case nelle famiglie, vive con loro e le fotografa per una settimana intera. Condivide i momenti più intimi, le gioie, le ansie, ma partecipa è lì viva. Ha fatto anche tante foto agli alberi. Neri scuri. Oppure questi sfuocati, questo qualcosa che sta sempre lì in attesa, in attesa di qualcosa. Neri scuri, vedete, come va a cercare questi scuri, va a cercare sempre una situazione di limite dove sta cambiando qualcosa

Alberi n. 9 Todd Hido

Todd Hido, Aido, Ai do. Chissa come si dice?

Sembra di stare in auto,  insieme a lui. E guardate come scalda quella luce in fondo seppure sia una luce abbastanza fredda E’ un temporale che arriva, è forte questa foto Oppure ti manda un ricordo. Ero qua ti aspettavo ma non sei arrivata. E intanto pioveva. Per fortuna che ero in auto, chiuso qui un poco al caldo al sicuro.

Alberi n. 10 Vivian Maier

Questa è lei questa è una foto che ho usato per ben due volte nel mio spettacolo.

Francia, forse non lo sapete ma lei ha passato tutto il periodo scolare delle elementari in Francia  e poi è tornata quando aveva circa 25 anni perché la zia le aveva lasciato la loro proprietà. Felice come una bambina, allegra. Non sappiamo se è un autoscatto, se l’ha scattata qualcun altro però secondo me la descrive benissimo ed  è esattamente l’opposto di quello che ci vogliono far credere di lei lei . In  mezzo alla natura e chiara.

Questa è una foto di un albero, gli alberi riflessi sulla sulla pioggia con le gocce ci sono tante tante sfumature molte di più di quelle che  facciamo noi quando scattiamo una  foto agli alberi convinti di fare chissà che, lei  riesce a scoprire qualcosa di più vedete in fondo  anche qui c’è un confine di un’acqua che cambia in  alto vedete c’è qualcosa di particolare. In un’altra  urla l’america ma dietro ci sono  questi alberi che da una prima vista sembrano  sfocati ma poi a guardarli bene invece non sono  sfocati non si perdono nel cielo sono definiti  stagliati fanno da contorno a questa bandiera.

Italia gli alberi italiani  divisi a metà secondo me siamo al confine tra umbria e toscana . La luce meravigliosa di questi alberi , mi piace  pensarla. 

Alberi n. 12 L’ALBERO

L’albero per me più importante. Un albero che quando è uscito al cinema mi è rimasto negli occhi e nel cuore. Vi sto parlando di  Pier Paolo Pasolini l’Edipo re. La forza incredibile  della fotografia di Pier Paolo Pasolini.

E questi erano i miei alberi. Iscrivetevi al canale se vi è piaciuto questo video resteremo in contatto, saprete ogni volta che ne pubblico uno nuovo, o se volete farvene una scorpacciata a piccole dosi, questo è il metodo migliore. 

Per restare in contatto con me la newsletter settimanale è anche una cosa ancora forse ancor meglio . Iscrizioni a robertocarlone.it pagina newsletter. Tutto quello che non posso mettere su YouTube. E progetti speciali, spettacoli on line, eventi esclusivi, zoom e tanto altro.

Parlano poco gli alberi, si sa.

Passano tutta la vita meditando

e muovendo i loro rami.

È difficile riempire un piccolo libro

coi pensieri degli alberi.

Tutto in essi è vago, frammentario.

Certi alberi vicini alle case

sostano in una pace inclinata

come indicando come chiamando

noi, gli inquieti, i distratti

abitatori del mondo. Certi alberi

stanno pazientemente.

Tra alberi, fiori e una città utopica

La settimana passata e una interessante novità sperimentale.

Grandissima novità questa di oggi  infatti viene pubblicata in 3 versioni audio (che trovate su Spreaker dove), video (che trovate su YouTube e Facebook dove), e naturalmente in versione mail che potete trovare su robertocarlone.it alla pagina newsletter,. Se vi iscrivete riceverete anche un piccolo saluto con una breve storia in esclusiva ed ogni settimana arriverà nella vostra casella di posta elettronica.

Oggi piove ma niente ci fermerà. 

Di seguito la versione video.

Per il periodo pasquale sono stato ad Alvisopoli, piccolissimo borgo del veneto orientale. Una utopia settecentesca. Alvise Mocenigo decise di creare una città ideale del tutto autosufficiente. Costruì case per gli abitanti che seguivano attività agricole all’avanguardia, coltivazioni di barbabietole e riso e attività tessile, con una risiera, il mulino e la fornace, due scuole, una chiesa, una tipografia e produzione di miele. Il motto era “Utile Dulci” e il simbolo un’ape. Una storia che guardava al futuro che finì con la morte dell’ultimo discendente della famiglia.

Tutte le mattine con qualsiasi tempo facevo i miei 6 chilometri di camminata mattutina di cui vi faccio vedere alcune foto.

La prima mattina un grandissimo vento freddo ma il susino fa ben sperare e infonde forza, ce la faremo! E appena passato il cantiere dell’autostrada, (mamma mia quanti disastri per il benessere…)i campi arati e il sole in controluce continuano a spronarci.

La tavola di pasquetta apparecchiata da Sandra con l’aiuto di Giuliana è un florilegio regale. Per accogliere un magnifico, delicato risotto ali fiori di tarassaco. Campeggia un gigante Iris carnoso, la foto verrà poi usata da Deborah per la campagna di pubblicità del bar di Mocenigo per il ponte del 25 aprile (tra l’altro anche festa veneta per il giorno di san Marco). Vedete una foto da aperitivo, con la barchessa della villa di Alviisopoli capovolta. Per chiudere la serie una foto scattata la sera di ritorno dal recupero vetro. Bisogna essere sempre pronti a cogliere le suggestioni che ci arrivano. Tutte le foto sono state scattate con un vecchio iPhone SE e leggermente leggermente trattate.

Il video su YouTube “Fiori Come lo sfiorire diventa arte” sta andando fortissimo, sarà il cambio di giorno della première, sarà la vostra fantastica curiosità, ed un buon impegno da parte mia che le visualizzazione sono state più di 170 in due giorni, un record per il canale. Quindi ne consiglio la visione se ve lo siete perso, visto che è un omaggio floreale alla primavera. 

Luca mi scrive “Me lo sono gustato in ritardo, come se l’attesa stessa sia una componente fondamentale del progetto. Ammetto di non aver mai legato lo ‘sfiorire’ ai fiori…e sì che con le parole amo giocare…geniale, intimo e delicato. 

Tanta é l’intimità che crei che passare al tu viene spontaneo, le associazioni personali mentre ti osservo e ascolto, apre un kaleidoscopio di ricordi sopiti, dimenticati. Altri me che in me convivono sotto pelle. Che bellezza!!!” E non posso che esserne felice, ve lo riporto per invogliarvi non di certo per vanagloria.Trovate il link.

La novità per la settimana prossima è che sto preparando il video successivo ed è dedicato interamente agli alberi. Partirò da una breve lettura del “Barone rampante” di Calvino per passare foto di Ansel Adams e Tod Hido senza scordare Joel Meyerowitz e le splendide donne Beth Moon, Nan Goldin e Vivian Maier. Martedì 

26 aprile la première alle 20,30. Lì potremo condividere i commenti in diretta, naturalmente vi aspetto.

E come sempre vi dico la musica che ha accompagnato la stesura di questa lettera, la compositrice è Agnes Obel  e il brano Under Giant Trees. 

Naturalmente nei miei video la musica di sottofondo è quella che creo da me al mio pianofortino che in questa occasione direi che si trasforma in un “Pinofortino”.

Buoni alberi a tutti, guardateli, ammirateli, proteggeteli, fotografateli e fateli crescere. 

“Certi alberi stanno, pazientemente” come ci suggerisce Mariangela Gualtieri.

Ciao, un bacio, e alla prossima.

Vivian Maier e il cinema

Vivian Maier, un manuale perfetto per rubare l’intimità con il cinema.

Il cinema e i filmati sono basilari per studiare Vivian Maier. Aiutano a far capire dove il suo occhio cadeva, come sceglieva le persone da fotografare, come catturava le sua prede fotografiche lo si vede bene nei suoi film. Nella fotografia di strada riusciva sempre ad entrare in contatto con uomini, donne, anche bambini. Con loro si stabiliva una sorta di intimità immediata e sceglieva un istante favorevole per quel che voleva dire e voleva mostrare.  In questo video ci sono le testimonianze di due sue compagne di scuola quando frequentava la elementari in Francia e il racconto di uno studioso dell’Association Vivian Maier et le Champsaur. Tutte informazioni che son state fondamentali per costruire il mio spettacolo “Gli occhi di Vivian Maier, i’m a camera” che porto per i palcoscenici europei e anche nelle case private di cui presento una piccola scena il Film Center. Lo spettacolo l’ho presentato nel Cinema di Saint Julien en Champsaur che era frequentato da Vivian Maier durante i suoi soggiorni francesi.

Vivian Maier e il cinema. E non ve lo aspetterete ma andiamo in Francia. Nella zona della Hautes Alpes, Champsaur. Dopo Briançon, c’è Gap. Sulle montagne di fronte.

Ho scritto uno spettacolo su Vivian Maier che abbiamo presentato in Italia, Francia e Svizzera. Allestito due mostre e scritto un libro sulla grande fotografa. Insieme a Caterina Cavallari continuiamo a studiare la sua opera cercando di darle dignità come fotografa e come donna.

Siamo a Saint Julien en Champsaur. Quella è la zona della famiglia di Vivian Maier. I Jaussaud.  Ci siamo stati parecchie volte per le ricerche su di lei. Son bellissime zone. E piccoli paesini semplici ma ricchi, in particolare di persone splendide e accoglienti. Vivian Maier ci è vissuta in due momenti della sua vita. Durante il periodo della scuola d’obbligo, quando ci venne dall’America con sua madre e poi agli inizi degli anni cinquanta, poco più che ventenne e già con una voglia di fotoografie di cui vi parlerò, Curiosa e assetata di notizie e di cultura. Nella piazza di Saint Julien en Champsaur ho conosciuto  due compagne di scuola dei tempi di Vivian. Quindi è realmente esistita, smentendo tutti i dubbi sulla sua non esistenza, il creare confusione introno alla sua figura e decidere a senso unico  cosa lasciar trapelare e cosa occultare o più semplicemente inventare  una storia senza fare ricerche approfondite.  E su questo ci sarebbe da dedicare molte ore di argomentazioni. Insomma nella piazza parliamo di lei  di come si divertisse a scivolare sulla neve  nella strada principale  o come restasse ore e ore a guardare incantata  il mercato dal balcone di casa sua. 

Marinette Reboul ci racconta “Ho conosciuto Vivian, ma ero tanto giovane! meriterebbe fermare il tempo delle volte! Ha vissuto qua con la mamma.  Mi ricordo della scuola.  Lei era avanti di due anni.  È diventata famosa, ci sono stati articoli dappertutto.  Fotografa eccezionale.  Ha fatto delle foto meravigliose.  Ha fotografato delle cose inattese.  Fotografie che non sono abituali. Era alta, fisicamente non era male. Giocavamo a campana, era formidabile! Qui nella piazzetta. E quando c’era la neve scendevamo sul corso in discesa, lo facevamo tutto fino in fondo con lo slittino!”

Oppure di come non fosse contenta di partire per il suo ritorno in America nel ’38  dopo aver frequentato tutto il ciclo delle elementari in Francia pressochè in una bellissima campagna,  libera e senza pensieri.

Così ci racconta Lea Anselme. “Viveva un poco ritirata,  non era timida ma parlava poco. Era molto riservata. Non raccontava niente della sua vita. Era riservata. Non era scontenta, era riservata e quindi  il dialogo era difficile con lei.L’altro giorno sono stata dal dentista e ho visto delle sue foto su una rivista. Foto magnifiche. Me la ricordo quando era sul suo balcone  e guardava incantata la fiera. Mi sembra che non era contenta di partire per l’America. Mi sembra proprio che non voleva. Mi chiedo ancora se fosse davvero contenta di andarsene. È stata obbligata. C’era qualcosa che non la rendeva felice. Non era per sua madre. No, suo padre non l’abbiamo mai conosciuto. Era sempre alla ricerca di qualche cosa.”

In questa piazza c’è un cartello inchiodato sul tronco di un albero E sorprende in un paesino così piccolo ci sia una sala per le proiezioni. Ci raccontano si tratti di un piccolo teatrino. In quel teatro Vivian Maier ci andava durante il suo soggiorno francese. Soprattutto negli anni tra il 50 e il 52,  quando aveva 24 anni  e si era già inserita nella vita americana d New York. Bene il teatro è ancora funzionante, tutte le settimane apre,  c’e un circolo che organizza un cineforum. Insomma è tuttora attivo.  La stradina è stretta. Andiamo a vederlo. Semplice, artigianale. Col tempo, dopo le nostre frequentazioni, con gli amici dell’Association Vivian Maier et le Champsaur che stanno facendo un lavoro di ricerca e di ottima cultura sulla fotografa ci invitano a presentare lo spettacolo proprio lì. Quando è tutto pressochè deciso Allora ci andiamo per un sopralluogo. Una delizia. Un centinaio di posti. Un piccolissimo palcoscenico.  Tutto un poco cadente, provvisorio ma pieno di fascino. Allora ci mettiamo in moto per lo spettacolo, la traduzione, imparare il testo  e soprattutto la pronuncia  che va curata, raffinata. Finalmente vengono i giorni della rappresentazione. Si allestisce la rappresentazione e il montaggio di tutto il materiale, a malapena ci entrano il proiettore, che non può entrare dietro lo schermo di proiezione, ma l’emozione e la voglia sono alle stelle. Alla fine il pubblico arriva e si può dare inizio allo spettacolo. Tre repliche. Alla fine di ogni rappresentazione il dibattito, vengono anche i suoi compagni di giochi. Emozione fortissima! E’ un evento anche per la cittadina. Così come è stato quando hanno fatto l’esposizione di fotografie donate al comune da John Maloof e i soggetti ritratti si sono riconosciuti e si sono ricordati di quella scriteriata che andava in giro con due macchine fotografiche e scattava chiunque e ovunque, dai funerali agli eventi, i parenti e le amiche.

Continuiamo con il cinema e Vivian Maier Poi Vivian ritorna in America e si stabilisce a Chicago. Ci sono diverse testimonianze di persone che conoscono Vivian. Lei frequenta attivamente la vita culturale della città.  Cinema, teatri, biblioteche e università. Frequenta alcune lezioni ed interviene sempre con domande. Spesso si reca al Film Center, Una sala di film sperimentali,  il direttore è Jim Dempsey  che dichiara che quando lei gli parlava gli stava così vicino che sperava non ritornasse più. Ci sono stato quando sono andato a Chicago. Nel viaggio-studio per verificare i luoghi della sua vita ed alcune fonti. Ho fatto alcune foto  e nella scena dello spettacolo in cui racconto impersonando il personaggio di J., una sintesi dei diversi ricercatori della fotografa al quale è affidato  il compito di raccontarci i momenti storici  e cronologici della sua vita, racconta della frequentazione della Maier agli eventi culturali. 

A proposito di Cinema e Vivian Maier sono importantissimi i suoi filmati. Filmava in super otto e sedici millimetri. Interessantissimi. Andava in giro con a tracolla a volte una solo  a volte con due rolleiflex  e anche una cinepresa.  In quelle pellicole c’è molto da capire. Secondo me ci sono i veri occhi, si scopre cosa lei guardasse davvero,sono come degli studi, degli abbozzi.  Si capisce cosa cercasse delle persone.  Sono proprio la testimonianza  di dove cadesse il suo sguardo cosa le interessasse davvero. Si fissava su di un particolare, non gli staccava gli occhi di dosso.  Sapeva individuare le persone particolari,  sembrano i filmati di una caccia grossa. Aveva un occhio magico. Sembra una fotografa istantanea. Ce l’hanno sempre presentata come una persona compulsiva, una sorta di serial killer della fotografia, che impazziva se non scattava, ma secondo voi chi non è così dei grandi (o piccoli) fotografi? Di ogni appassionato di questa pratica? Abbiamo abbastanza questa idea. Scatti, scatti scatti in continuazioni, frenetici, era malata,compulsiva, click, click, click in continuazione. Ma attenzione, lei guardava prima, seguiva, braccava la sua preda con attenzione. Con tenacia e cura e circospezione. Certo poi se ne andava. La pensiamo… come un gatto.  Tin tin tin si avvicina stile cartone animato, nascosta,  furtiva, click e via.

Su di questo ho scritto una mezza paginetta nel libro. Si intitola “L’autre Vivian, un viaggio inedito nella Francia di Vivian Maier”  e riporta molte interviste, ragionamenti e ricerche sulla grande fotografa. Nel brano che vi presento parlo un poco di fotografia. E sono quasi parole che attribuisco a lei. Ve la leggo.

“Veloce non significa affrettato. La velocità si avvicina alla rapidità, ha qualcosa di animalesco è una dote fondamentale per un fotografo, si deve avvicinare anche silenziosamente, deve dominare la situazione, deve essere reattivo, deve prevedere, deve impostare i parametri della macchina fotografica. Affrettato è usato troppo spesso come sinonimo ma significa ben altra cosa, una fotografia affrettata non è pensata, non nasce da un bisogno, da uno stupore, da una ricerca, accade, è molto simile al termine “di sfuggita”, sa di animale in fuga, quando si avvicina fa disastri, è dominato dalla situazione,  sa reagire perché scatta, quello che viene viene, magari avrò fortuna. Vivian Maier sicuramente in questo senso amava la velocità. Veloce, mai affrettata”

Questa è un poco la nostra malattia, essere veloci, soprattutto e troppo con le fotografie.

Ma torniamo ai filmati super otto. Perchè ce n’è uno splendido. Sapete, lei faceva la bambinaia e ha seguito per tantissimo tempo  i 3 figli della famiglia Gensburg. Si affeziona tanto a loro.  E loro a lei, così tanto che saranno loro  a prendersi cura di lei quando invecchia,  loro trovano per lei un’appartamento al Rogers Park di Chicago Ci sono stato.

A Chicago c’è un lago enorme, il lago Michigan L’orizzonte è sempre acqua, come il mare, dall’altro lato c’è il Canada. Insomma in questo parco, un piccolo parco ci sono arrivato. Ed arrivarci è un’esperienza  La fermata è soprannominata “The Hell”, l’inferno. Scendo e capisco immediatamente,  poichè ero solo,  che la prima cosa da fare è ritirare la macchina fotografica,  nasconderla per bene. Arrivo nel parco e trovo la panchina dove lei sedeva per ore e ore  a guardare il lago,  la gente. E’ un piccolo parco. Molto molto carino. Qui i suoi bambini i tre figli Gensburg la aiutano a sopravvivere e un poco la seguono. La aiutano a trovare casa. E a proposito di loro il film più bello è quello del campo delle fragole. Un grande campo dove Vivian li accompagnava sempre. Era il loro preferito. Una sorta di giardino segreto. Luogo di giochi. Si dice che lì i fratelli abbiano disperso le sue ceneri. Insomma: c’è il filmato di questo campo. Probabilmente uno di loro, o un loro amichetto si impadronisce della super otto di Vivian e li filma.Da qui si capisce anche come lei si dedicasse loro. Una tata ideale,  una splendida zia quasi.

E vorrei chiudere con l’arte del cammuffamento. Potremmo intitolare questo capitolo finale. Il cinema è l’arte ideale del cammuffarsi, come il teatro.Vi riporto le parole di Gaston Gay  un membro dell’Association Vivian Maier et le Champsaur ce ne parla.

“Questo “camouflage” penso nel vestire nell’essere di non parlare le permetteva di rubare la loro intimità delle persone di prendere sul vivo non so se di dice un istante il più favorevole per quel che voleva dire quel che voleva mostrare  Li prende nel vivo.  Un istante, il più favorevole per quel che voleva dire. Voleva mostrare.  Ha fatto un lavoro fantastico in America: mostrare la vita della gente  sia povera sia ricca,  sia giovane sia vecchia  e questa testimonianza storica e sociologica  prova che questa signora che per me è una  signora, ma una donna prima di tutto,  e dunque una signora, perché aveva una visione universale, una visione moderna. Voleva mostrare a tutti le qualità ,ma anche tutti i difetti della società americana.  Lei andava nei quartieri poveri, pericolosi e questo “camouflage” nel vestito nell’apparenza di una donna senza essere troppo donna le permetteva di prendere queste foto, rubate, e di non essere disturbata dagli uomini e dalla gente.”

Ecco questa era Vivian Maier e il cinema.

E se questa storia vi ha incuriosito, appassionato, appagato allora mettete un entusiasta mi piace al video, iscrivetevi al canale per restare aggiornati, YouTube lo proporrà ad un maggiore numero di spettatori e così riusciremo a far crescere una cultura  più attenta e partecipata. E’ vero youTube è la nuova televisione del mondo e permette ancora una buona autoproduzione. Io ci credo e porto avanti questa idea. Se vogliamo restare in contatto ti puoi iscrivere alla newsletter settimanale su robertocarlone punto it alla pagina newsletter: notizie, novità eventi esclusivi, fotografie e tutto quello che non ci sta su YouTube. Alla prossima, ciao.

http://www.association-vivian-maier-et-le-champsaur.fr

Se vi piace il mio stile lo ritrovate anche in forma cartacea “L’autre Vivian – un viaggio inedito nella Francia di Vivian Maier” Ets edizioni.

Bianchi

Il bianco in fotografia. 5 legami. Tutti i bianchi della fotografia. Cinque argomenti legati tra loro da 5 piccoli legami, ognuno chiama l’altro e lo spinge un poco più in là.

Tutti i bianchi della fotografia. Facebook mi ricorda di un avvenimento di 6 anni fa. Parto da qui e mi lascio portare per parlarvi di 5 argomenti legati tra loro da piccoli legami. Ognuno chiama l’altro e lo spinge poco più in là. Dei cortocircuiti che li mettono in contatto. E questo ci porta ad un colore che ci guiderá in  questa sera.

Non si tratta di un fil rouge ma bensì di un fil “blanc”. Il bianco ci guiderà nei pensieri e nelle foto di questo incontro.

Bianco n.1

E vi racconto perchè. L’avvenimento a cui mi riferivo è la mia prima mostra in via Cavour ad Arezzo. Si intitolava PAESAGGI PARZIALI ed era situata allo studio MILK. Milk è il latte, e il latte è di colore bianco. Partiamo da qui.

Ed entriamoci in questo colore.  Erano le foto di un viaggio in America. Scattai tantissime foto e mi proposero di esporle in questo studio che per l’occasione si trasformava in galleria. L’immagine di presentazione la intotolai “Hypnosis and Reflections”. Arriviamo in hotel e dalla finestra il primo paesaggio che vedo è un palazzo grande con le sue finestre che si ripetono fino all’ossessione.  Ogni finestra una vita, una storia. E il sole che radente evidenzia ogni mattone, ogni fregio. Lì di fronte c’è il mondo condensato. È un condensato di vite ai margini. Prostitute, spacciatori, vite al limite.

Paesaggi parziali perché?

Questa la cartolina di presentazione. La presentazione diceva così: “paesaggi visti da un turista: assimilo tutto come un paesaggio che si schiude ai miei occhi senza intenzionalità, che ti capita davanti, non lo scegli e non cerchi niente, ti imbambola, riflette ed ipnotizza, si moltiplica. Trovi sempre dei buchi, delle crepe, delle finestre attraverso cui guardare e al di là delle quali senti che si apre un mondo in cui da turista non puoi che definire parziale”. Le prime foto che accolgono i vistatori della mostra all’ingresso raccontano dell’inizio del viaggio: Capisci che l’America è un’altra cosa quando ti svegli nel cuore della notte e vedi dal finestrino ghiacci che non hai mai visto. Immensi e galleggianti.  Ti dicono che stai andando lontano.  Da un’altra parte. Spazi aperti e sconfinati ti aspettano ed esistono. Arrivi. Lo sai e lo senti che sei controllato, schedato, l’immigration ti fa sentire in quarantena anche se dura mezzora, ammassato, controllato, schedato . La storia dei nonni che si ripete, e che silenziosamente ripeti. Lasci le impronte, cedi l’iride,  la proprietà del tuo corpo è momentaneamente loro.  Sanno chi sei senza sapere chi sei. E questo peró ti fa sentire libero. Ma nel medesimo tempo senti che potrai essere quello che sarai: un avventura possibile. Una sensazione rara.

San Francisco.

Splendida, libera, una città del possibile. Una giostra, le montagne russe, un continuo saliscendi. E ogni tanto uno spicchio di Italia. La nebbia arriva in due secondi. Bianca anche lei. Il golden Gate Bridge. Ma dal lato B. Un lato insolito.  In basso il brulichio di un cantiere. Il backstage di una attrazione. E poi Alcatraz, visita obbligata.  Li senti ancora quella ciurma di detenuti.  Al dilà, un’isola nell’isola. E un vetro non basta. Anche se il buco è dimensionato per la canna di un fucile in caso di rivolte. Poi alla Death Valley alla volta di Las Vegas. Qui i paesaggi non sono più tanto parziali ma infiniti.

Una sosta a Dante’s Peak nella Death Valley.

E scatto questa foto. Forse tutti sapete che il legame tra la Banda Osiris di cui sono il fondatore e Caterpillar di RadioDue è strettissimo, nostra è la sigla. Allora questa foto era perfetta. La invio alla redazione, piace.  Tutti gli anni c’è il caterraduno una festa, un incontro tra il pubblico e i conduttori. Un’idea geniale. Il giorno della chiusura c’è l’asta benefica per Libera di Don Ciotti. Prendo il coraggio e decido di offrirla. Insomma finisce che la foto viene battuta a novecento euro.  La mia prima foto resa pubblica. Novecento euro. Un valore gigantesco. Neanche Bollani che offre una chiavetta con tutte le sue registrazioni raggiunge una cifra simile. Lì ho capito a cosa serve una fotografia: è qualcosa di UTILE.

Ma ritorniamo alla Mostra e andiamo alla fotografia che amo di più e che è quella che ci permette di fare il primo salto.

Bianco n. 2 MILK.  Milk il luogo della mostra. Milk un locale di Castro, San Francisco. Milk. Harvey Milk. Adesso vi racconto. Siamo nel quartiere Castro. Il piû libertario. Entriamo nel bar, il bar a lui dedicato.  Giustamente prima di prendere una birrà mi chiedono i documenti. Questo è uno degli aspetti che mi piace dell’America. C’è una legge e si applica senza distinzioni. Anche se sei in una zona franca. Tutti uguali. Tutto chiaro. Sempre. Sandra si siede per tenere un tavolo. E la foto si crea da sola. Harvey Milk (1930-1978) consigliere comunale assassinato insieme al sindaco Moscone da Dan White un consigliere indignato per lo strenuo e persuasivo impegno di Milk contro la Proposition 6, la legge che avrebbe permesso il libero licenziamento degli insegnanti dichiaratamente omosessuali. Milk aveva aperto un negozio di fotografia nel quartiere di Castro a San Francisco. Fin dal suo arrivo a San Francisco si impegna per ottenere diritti per la comunità gay. Nel 77 viene eletto come consigliere comunale affermandosì così come il primo omosessuale dichiarato ad ottenere un ruolo politico rappresentativo. Nonostante San Francisco fosse a suo modo più aperta e inclusiva di molte altre città e aree del paese, la sua elezione risulta essere comunque uno spartiacque nel contesto generalmente più ostile e ancora arretrato nei confronti degli omosessuali. Dopo l’assassinio si arriva al giorno della sentenza molto blanda che indigna la comunità di Castro e spontaneamente si crea un corteo in sua memoria, a lume di candela e decorato dalle bandiere arcobaleno –simbolo del movimento omosessuale – nato in conseguenza di questi eventi,  “sottolineò il legame tra MILK e la sua comunità, tra le prime ad aver abbattuto il muro di silenzio e soggezione che divideva una parte sociale da un’altra, i diritti di serie A da altri di serie B,  gli individui dagli altri individui.  Ancora oggi, la figura di Harvey Milk (negli Stati Uniti, ma non solo. In Europa anche) rappresenta la determinazione di un uomo, di più uomini, nell’affermare il proprio orgoglio di parlare,  di partecipare,  di esserci e, prima di tutto, di essere.”

Ora creiamo un altro legame, un secondo cortociuito legato al bianco.

Bianco n. 3 Neve

Bianco della nebbia di San Francisco, bianco metereologico, bianco della neve. Come sapete ho creato uno spettacolo on line fatto di musica, racconto, cinema d’animazione e fotografie che ho scattato durante il periodo della quarantena. Si intitiola “Fotografie da appartamento” e lo presento sabato prossimo alle ore 21.00 in diretta e dal vivo su Zoom. C’è un capitolo legato al fuori, all’aperto,  alla vista che abbiamo dal terrazzo che dà sull’anfiteatro e ve lo vorrei proporre, un piccolo assaggio. Ha nevicato quando era quasi primavera. Eccolo qua. Il silenzio è stato il regalo più bello di questo tempo. Stupefacente la prima sera e poi la seconda e per due mesi, ogni volta così. Le foglie mosse dal vento, piccoli rumori impercettibili gentili compagni delle notti di luna.  Un lato dell’appartamento è verso una strada del centro: il lato urbano. E l’altro è quello più naturale grazie al parco dell’anfiteatro.  Da sempre in conflitto, inconciliabili.  Grazie ad un piccolo virus l’urbano e il naturale sono stati uniti dal silenzio. E la neve sancisce questa unione.  E’ inutile che vi dica che le città andrebbero ripensate.  Per almeno un mese mi sono detto che forse si poteva ripensare il mondo, le città, le abitudini, l’economia, il lavoro, la terra che ci ospita. E lo dice chi  si è conquistato il privilegio di vivere la vita che volevo. Abbastanza.  Poi tutto è tornato come una dissolvenza neanche tanto lenta verso la vecchia stupida, fottuta, noncurante, volgare  e violenta “normalità”. Ci vogliono tempi lunghi e tanta pazienza e virtù.

Bianco n. 4 il bianconiglio

Quarto CORTOCIRCUITO. Se si parla di Bianco allora si parla anche di Bianconiglio. Ho riletto Aiice nel periodo della quarantena. E oggi mi è tornato in mente un brano musicale.    WITHE RABBIT dei Jefferson Airplane.  Un omaggio a Lewis Carrol e alla libertà. una canzone con un testo visionario, da LSD. Vi leggo la traduzione. Una pillola ti fa diventare più grande,  e una pillola ti rimpicciolisce E quelle che ti dà tua madre,  non servono a niente. Prova a chiederlo ad Alice,  quando è alta tre metri. E se tu vai a caccia di conigli,  e ti accorgi che stai per cadere dì loro che un bruco che fuma il narghilè  ti ha mandato a chiamare. E chiama Alice,  quando è proprio piccola. Quando gli uomini sulla scacchiera si alzano e ti dicono dove devi andare. E tu hai appena preso qualche specie di fungo, e la tua mente sta affondando. Prova a chiedere ad Alice, penso che lei saprà la risposta. Quando la logica e le proporzioni delle cose sono cadute morte al suolo. E il cavaliere bianco sta parlando all’incontrario E la regina di cuori ha perso la sua testa Ricorda quello che aveva detto il ghiro: Alimenta la tua mente, alimenta la tua mente

Composta da Grace Slick

White Rabbit racconta la storia di Alice che diventa altissima – espande la mente – e più piccola – senza potere – e che immagina e incontra ogni sorta di creature magiche. Naturalmente – come accadde a Lucy in the Sky with Diamonds dei Beatles – la canzone fu interpretata come la descrizione di un “viaggio” sotto LSD, con ovvi riferimenti a pillole e funghi allucinogeni. Ma la canzone può anche essere vista come una allegoria della generazione persa dei giovani americani durante la guerra del Vietnam. Alcuni andarono a “cacciare conigli”, altri decisero di seguire il richiamo del “bruco che fuma il narghilè” e protestarono, disertarono, bruciarono le cartoline di leva. Questa canzone fu un grido di battaglia della controcultura che tanto fece contro la guerra.” White Rabbit” è un appello a risvegliarsi, che infatti venne accolto.White Rabbit è una canzone di libertà, una chiamata alla mobilitazione per superare l’ordine patriarcale del tempo, per fare ingresso nel mondo della creatività e della conoscenza. Il messaggio finale, nelle parole del Ghiro, è “alimenta la tua mente”, acquisisci consapevolezza.

Bianco n.5 Vivian Maier

Quinto cortocircuito. Che ci lega al Bianconiglio c’è una foto, molto bella scattata da Vivian Maier.  Una foto di conigli bianchi su di un balcone. Vivian Maier aveva occhi dappertutto. E questa foto non se la lascia proprio sfuggire. Che fa partire una serie legata al bianco e alla neve. Ecco queso era il mio Bianco, tutto quello che ci avrebbe potuto abbacinare, quello che ci avrebbe obbligato a mettere gli occhiali da sole. I bianchi a volte in fotografia sono i bruciati, quello che ci obbliga ad eliminare una foto, che c ifa dire mannaggia se stavo più attento: la troppa luce. Invece si sono limitati, la abbiamo controllata l’eccedenza di luce. E ci siamo fatti accompagnare da loro.

 

Confini uscire con la Rolleiflex la paura di sbagliare

Uscire con la Rolleiflex e la paura di sbagliare.

Un manuale pieno di appunti. Per un fotografo che vuole iniziare ad uscire dai proprio confini: uscire con la Rolleiflex e tenere nascosta la paura di sbagliare. A volte si resta fermi con un idea, ma siamo sicuri che ne valga la pena? Vi racconto di come ho preso coraggio e sono uscito in una giornata qualsiasi d’autunno con un gioiello della tecnica fotografica: una Rolleiflex 3,5 F. Ci riuscirò? E se sbaglierò esposizione? Se sprecherò un rullino? Eppure non è così difficile, né impossibile quando si usa la testa. Quando apri il pozzetto si apre un mondo unico. E non ti puoi più fermare. Ne presento qualcuna di quelle foto così come sono venute. Solo con lo sviluppo di Giulio Limongelli di Bologna che poi ha scannerizzato. E la passeggiata è stata a Camaldoli nel Parco Nazionale delle Forest Casentinesi. E’ stato come aprire non solo una porta ma entrare in un nuovo continente. Ne è valsa la pena? Guardando il video si conosce la risposta. E i confini scompaiono.

Get Back I Beatles e il lavorare in gruppo

Mi sto felicemente perdendo nel documentario sull’ultimo disco dei Beatles. Un manuale perfetto per creare capolavori. Get Back per lavorare in gruppo. E ci sto trovando tante similitudini con il processo creativo che stiamo facendo da quarant’anni con la Banda Osiris. Sincerità, lavoro duro, intenso e concentrato. Un’artigianalità paziente. Quanto vorrei potesse succedere a tutti quelli che lavorano in gruppo. Come un gioco che gioiosamente si ripete. Isn’y it a pity? Parlare dei Beatles non è facile. Tutti li abbiamo ascoltati gustati suonati. Ricchi, complessi. Difficili da suonare, sempre in loro c’è una sorpresa un accordo che non ti aspetti Quello che mi ha sempre stupito e mi stupisce ancora sono la quantità innumerevole di fotografie, belle, sono tutte belle le foto dei Beatles, una piû di quell’altra, e sempre diverse. Hanno sempre capito che la comunicazione di se stessi al di fuori del prodotto principale (il fare musica) è la differenza. E farlo con gioia, essendo se stessi, mettendo in gioco se stessi, scoprendo sempre qualcosa di nuovo di se stessi. Coinvolgendosi fino al midollo. È un caso che anche il gruppo di cui faccio parte sia di quattro persone che amano sconvolgere la musica, crearsi situazioni fotografiche sempre nuove, e lavorare insieme sempre come un vero collettivo. Anche se in una dimensione infinitesimale. E le modalità creative gestionali sono comuni. Vi parleró di tutto questo tra poco. Get back i beatles e il lavorare in gruppo.

Fasciature, le garze, stropicci e altri segni

Alle ore 20,30 première Youtube sul canale bit.ly/robertocarloneyoutube.

Sotto le garze ci sono stropicci e altri segni. Quando si tolgono le fasciature si rivelano sorprese. Nascondono e proteggono, a volte rivelano. Stringono e ingabbiano. A ben conoscerle le garze si trasformano in seta, le ferite rinascono. Allora è possibile ogni cambiamento e le ferite aperte possono diventare ali. Un viaggio attraverso le coperture di Christo, la bellezza di Mapplethorpe, gli strappi della vita di Francesca Woodman, le mine di Giles Duley e la redenzione delle garze della Fracci raccontate da Lucia Baldini. Sempre fotografie e racconto legata dalla musica dal vivo.

Un concerto in montagna

Malga Molvine – La giusta distanza 

Sospesi sopra le montagne. Una sensazione simile al volare. Suonando.

Di un titolo dovremmo farne un motto per ogni fatto, azione, sentimento. Senza perdere il coinvolgimento.

Fotografia di Arcangelo Piai.