Abbandono al parco

“Non parlarmi di altre cose, parlami di te” #25

ore 7,28 allenamento.

Qui di tempo ne è passato. Tanto. Abbandono al parco. Tante promesse di novità. Invece ancora vince il provvisorio. E’ una forma mentale il provvisorio. Piega. E’ figlio del non progetto. Allora forzo la fotografia. Questa è la città che non vorrei. Ovunque fossi.

L’idea collettiva di una città che funziona, che è sempre presente, che è in fermento. Che è di tutti e costruisce il bene per tutti.

E diventa il ricettacolo di frasi senza senso scritte sui muri, urlate per nessuno. Solo perchè si avverte il male su di sè e lo si comunica ai proprii simili. 

Anche le piante seppur resistendo subiscono e vorrebbero andarsene. L’oblio genera altro oblio.

Una bicicletta in lontananza

“Non mi devi parlare di altre cose, mi devi parlare di te” #15

ore 7,02 allenamento strada bianca

Tutto è perfettamente incorniciato, la luce giusta, lo vedo arrivare da lontano. Devo solo aspettare che si lasci bagnare dal sole. Non c’è nessun altro. Lui si avvicina lentamente, pedala piano. Dovrebbe essere facile.

Mi piace quel tratto di strada, soprattutto la parte in ombra. Le foglie muovono tutto, schermano la luce o la rivelano. Varrebbe la pena fotografare ogni persona che ci passa. E ce ne passano tante di persone. Ognuno con la sua storia. In tanti accompagnano un cane. Altri si accompagnano o scambiano due chiacchiere.

Quando c’è una luce bella non si può proprio fare a meno di scattare. E lui è già passato. La foto resta.

I cipressi sventrati

un gruppo di cipressi quello davanti è sventrato

“Non mi devi parlare di altere cose, mi devi parlare di te” #10

ore 7,23

Sono dei cipressi sventrati quelli che vedo stamattina correndo nel parco. Per rispettare le regole che mi sono imposto devo scattare con il cellulare uno scatto solo e non metterci più di tre secondi prima che la voce del programma di allenamento termini la sua frasetta dove mi indica che sono entrato in pausa. Almeno mi sveltisco a comporre un’immagine gradevole, indago su che cosa il mio occhio normale si è concentrato, cosa volevo far risaltare che valesse la pena di fare una fermata. Allora scatto.

E scopro che questi alberi, questo gruppo di alberi visto dalla parte opposta sarebbe normale, nel senso che ci farebbero una bella figura, sembrerebbero interi. E riflettendo su questo mi rendo conto che sono una quinta, una finzione scenografica, sono piatti. Dietro non c’è niente non c’è quell’imperfezione violenta. L’altro lato delle cose, la finzione.

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L’edicola

Un'edicola chiusa per ferie

“Non mi devi parlare di altre cose, mi devi parlare di te” #09.

ore 7,03

C’è sempre qualcosa che ti lascia un segno o un sogno. Le edicole, cosa sono le edicole quando sono in ferie? Sono ferme, oggetti vuoti, costruzioni provvisorie. Sembrano abbandonate, piccoli barchini alla deriva, giostre pronte ad essere smontate. Senza giornali, senza riviste e senza giornalaio non esistono. Sembra che tutta la città sia stata abbandonata.

L’edicola che incontro poco prima del parco che ospita i miei allenamenti quotidiani diventa un simbolo se la isoli. Ecco la fotografia può fare questo, rendere importanti le cose, le disseziona, gli conferisce valore. Quando qualcosa, qualcuno viene fotografato diventa protagonista e si presenta sotto una luce nuova. Gli viene esaltata una vocazione, un piccolo germe nascosto. Questa per me è sempre stata un poco “americana”, avete presente alcune foto di Stephen Shore per dirla alla grande, solo che la nostra è in mezzo agli alberi, ma la struttura e il suo non avere niente intorno mi richiama un poco di America., non sarà mai completamente americana e le vette raggiunte dal grandissimo fotografo sono inarrivabili.

C’erano due amici che negli anni ’90 la volevano rilevare, allora era una grande spesa ma anche una fonte di guadagno e di lavoro non indifferente, grandi discussioni collettive di analisi tra pro e contro, fatiche e soddisfazioni, se ne parlava a cena, discussioni che andavano ben oltre la cena. In questo senso la prima accezione di sogni. Erano anni in cui valeva la pena mollare un lavoro sicuro ma alienante per un futuro da condividere e con solo i rapporti umani in carne ed ossa da coltivare, in fondo un’edicola la frequentavano tutti nel quartiere.

E la seconda accezione di sogni è che era (ora non lo è più?) ripiena di cultura, notizie, consigli, passatempi. Ricca. Il piacere di acquistare anche due quotidiani nelle occasioni importanti o diventare luogo di pellegrinaggio la domenica.

Persone. Persone, incontri, mannaggia sempre persone.

Sabato 15 agosto

un palazzo con il bucato

“Non mi devi parlare di altre cose, mi devi parlare di te” #05

Ore 7.23 allenamento, ferragosto.

La città oggi è più deserta del solito. Se ne sono andate anche le auto. I parcheggi sono vuoti. Le tapparelle abbassate non per schermare il sole.

I pochi fortunati abitanti dei condomini che affiancano la sorpresa di una strada sterrata anche loro se ne sono andati oggi.

In alto più in alto, più in alto ancora, qualcuno è rimasto e di prima mattina ha già fatto il bucato.

Venerdì 14 agosto

il bar del parco

“Non mi devi parlare di altre cose, mi devi parlare di te” #04

Ore 7.12 allenamento, il bar del parco.

Il parco è stato sistemato. Il bar non ancora. Forse presto.

Fa specie che nessun pudore lo nasconda agli occhi di tutti. Cadente e infido. Solo una panchina sbilenca che sembra divelta e rubata ne sbarra l’entrata.

Il concorso per la gestione ha visto una sola domanda. Il rosso che urla promette clienti.

Giovedì 13 agosto

Il viale in silenzio


“Non mi devi parlare di altre cose, mi devi parlare di te” #03

Ore 7.07 allenamento, città ferma.

Il silenzio della città mi piace. Siamo solo io e lei, anche se non è vero. La quarantena mi ha regalato questo: una città calma, silenziosa. Così sono cresciuto. Si poteva giocare a pallone nelle strade delle città, fino a che non rompevi qualche vetro.

Mi manca questo silenzio. Quanto rumore inutile soffoca le foglie, il vento o i discorsi che escono dalle case con le finestre aperte d’estate